Eco di una fuga leggera
6 febbraio 2026
Il lavoro di Giusi Sferruggia indaga il fatto pittorico nella sua dimensione più intima, come un processo che rinnova di volta in volta, attraverso la sua specifica qualità formale e il suo ordine compositivo, la tessitura pittorica.
Ogni opera sembra riprendere il linguaggio della pittura dal suo grado zero, da quella soglia prepittorica in cui forma e senso tornano a farsi e disfarsi reciprocamente.
In questa dinamica, l’opera appare come il luogo in cui la pittura svela i propri antefatti e le proprie rimozioni, rendendo visibile ciò che solitamente resta implicito nel suo stesso farsi. Sono i supporti stessi, spesso prelevati dalla loro dimensione quotidiana, a suggerire questo svelamento inatteso, come se la materia del supporto si disponesse a raccogliere un gesto che la trasforma senza tuttavia cancellarne l’origine.
L’incontro con il pigmento, per questo motivo, è l’evento per eccellenza: è nel colore che si compie il fatto pittorico, come sintesi, nel segno, di gesto ed energia. Le articolazioni più serrate e ossessive, così come quelle più liquide e distese, tendono a muovere lo spazio in una doppia direzione, percettiva e psicologica. Sul versante della percezione, il riverbero cromatico modifica le coordinate spaziali, proiettandole dall’opera verso l’esterno; su quello psicologico, il movimento è simmetrico, e sembra condurre lo sguardo dall’esterno verso la profondità dell’immagine.
Questa tensione che anima la superficie lungo la direttrice del dentro e del fuori trova il suo corrispettivo nelle tensioni interne che si innescano: nelle ustioni che il colore infligge alla materia pittorica, nella vibrazione dei rapporti cromatici, nello sconfinamento continuo dei campi visivi.
Come ha scritto Deleuze, la pittura è necessariamente un diluvio: un processo che travolge e rigenera, che dissolve i contorni per far emergere un nuovo ordine percettivo, precario ma vitale. Come in quel “diluvio” di cui parla Deleuze, la pittura di Giusi Sferruggia sembra misurarsi con il caos originario da cui ogni immagine tenta di emergere. Il colore, anziché costruire, sembra prima dissolvere, travolgere, cancellare le certezze della forma per poi lasciarne affiorare frammenti, margini, accenni di visione. È in questa oscillazione fra catastrofe e nascita che si riconosce il suo gesto: una pratica che non mira alla
rappresentazione, ma all’esperienza stessa della materia pittorica nel suo farsi mondo. È forse nel rapporto con il caos che il lavoro di Giusi Sferruggia trova la propria necessità.
Un caos inteso non come disgregazione, ma come campo di forze in cui la pittura si misura con la propria origine.
Ogni gesto, ogni variazione cromatica, sembra appartenere a questo spazio di tensione primaria, dove il visibile prende forma solo per il tempo di una vibrazione. La superficie non ordina il caos, lo attraversa: lo trattiene per un istante, lo lascia respirare, e in questo equilibrio provvisorio rivela la possibilità stessa della pittura.
In questo attraversamento del caos, Giusi Sferruggia sembra restituire alla pittura la possibilità di essere ancora un linguaggio del mondo. Ogni opera nasce come un tentativo di orientarsi nel flusso, di trattenere una forma destinata a dissolversi, di ascoltare la materia mentre diventa immagine.
L’artista abita questo processo con un gesto che è insieme disciplina e abbandono, controllo e deriva: una pratica che accetta l’instabilità come condizione necessaria della visione. Così, nell’evidenza del colore, nella sua luce precaria o sfacciata, la pittura continua a dilagare, a interrogare lo spazio, a ricordarci che da ogni caos può ancora emergere una forma di presenza.

Ingresso gratuito
La mostra è visitabile su prenotazione, scrivendo a info@marthapalermo.it o su WhatsApp +393331008512
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